Giancarlo era un artista performativo (per me)

Performance, nel senso di qualcosa pensato e realizzato insieme, qui-e-ora. Non tanto un progetto, ma un’interazione con quel che c’è, persone e materiali.

Un qualcosa che si fa, non che si pianifica. Per la necessità di cogliere quel momento magico e non prevedibile e per perdersi in quel momento, e non nell’idea di un’opera o di un progetto.

La libertà credo sia il carattere essenziale per l’interazione. Essere il solo responsabile di sé. Non un orario di lavoro, ma certo la voglia di lavorare. Non un vago timore di non avere o possedere, ma sì la necessità di quel che serve. Non possesso, ma uso. A destra, ma anche contro, con amici di tutti i tipi. Con una donna o con più donne o con nessuna. Non essere di qualcuno, ma anche donarsi. 

La necessità qui-e-ora della performance ha reso Giancarlo discontinuo, mal inquadrabile. Ma la performance si costruisce sulla meticolosità, sulla riflessione solitaria, sulla ricerca di un’essenza. Gli “esercizi” si fanno tutti i giorni, la performance solo qualche volta, perché è densa. 

Giancarlo voleva attraversare tutto il territorio, tutti i “portoni” dei chiusi (pur belli) friulani, alla ricerca di un qualche chiarimento, tra i vari che possono essere importanti. Stava di fronte e a fianco dei friulani, a fianco per sintonia, ma di fronte perché viveva in un modo inconcepibile per molti. Creando confusione ulteriore quando testimoniava che si può fare: si può vivere senza un lavoro, pur lavorando, si può vivere con la fatica dei  pochi soldi (chissà se è peggio così del faticare a pagare la rata o il mutuo), si può vivere contemplando e insieme pensando praticamente.

Mi pare le sue opere siano uno sprofondare nel paesaggio, nel nero, nel vento, nel piccolo e nel grande. Sprofondare per fascinazione, lasciarsi cadere dentro. Nel paesaggio e anche nelle persone. Poi dialogare, ma anche creare distanza, differenza e mistero che sono necessari per stupire.

Giancarlo insegna qualcosa ma non vuole sistematizzare. Non vuole creare un modello né il modo giusto, vuole solo provare a fare un’opera sua e propria. Non in carta, o materiale, ma anche con i materiali. L’opera come insieme di momenti. L’opera scaturisce dall’incontro, confronto, scontro, carezze, lusinghe, verità, menzogne, magie. 

Per questo spesso Giancarlo “si muove” nelle foto: per non essere nitido, perché un’opera, quando è finita, chiude il discorso. Contro il feticismo della grande e definitiva opera, che schiaccia e uccide altre opere, magari più necessarie e generatrici per chi segue. Per niente "grande monumento”, per niente memorabile in un giorno e poi lì a impicciare quel che si vuole fare il giorno dopo. Una lotta artistica contro la tracotanza, contro il delirio del successo. Un successo che ha avuto: persona nota e ricordata da molti e diversi; persona che non passava indifferente.

Ogni artista ha i suoi trucchi e i suoi strumenti. E non può che prepararli nella solitudine. Poi li mostra e sorprende. (Anto Rossetti)


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Rapace di Giancarlo Rossetti


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